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Favole per adulti e bambini di Vincent Pisano

Favole per adulti e bambini di Vincent Pisano La capretta del signor Mordente

Un contadino solitario viveva ai piedi di una montagna e possedeva un immenso podere che coltivava da solo, con l’aiuto dei suoi animali. Si chiamava Mordente, ma il nome tradiva la sua bontà d’animo: infatti era gentile e sempre premuroso verso i suoi animali, che ricambiavano come potevano il suo affetto. Il cavallo lo trasportava da un punto all’altro del podere senza mai stancarsi, la mucca gli offriva il suo miglior latte; perfino le api gli ronzavano intorno senza pungerlo e gli offrivano il loro miele. Anche la natura, dal canto suo, lo ricompensava, restituendogli eccellenti frutti e ortaggi.

Un giorno Mordente decise di recarsi al mercato. Lì vide una piccola capretta in vendita, chiusa dentro una gabbia, con pochi centimetri di spazio in cui muoversi.

- Non si vergogna ???!! – disse al venditore, rimproverandolo di maltrattare gli animali – Quanto vuole per la sua capretta, la compro io – disse infuriato – così da me avrà tutto lo spazio che merita!

E se ne andò con la capretta sottobraccio, contento del suo acquisto, bofonchiando fra sè e sè “Ma guarda che gente disumana deve esistere al mondo! Ci rinchiuderei lui dentro una gabbia dove non può nemmeno girarsi! Cattiveria umana”.

Portò la capretta a casa e le diede subito un po’ di latte, piccola com’era. Ogni giorno la riempiva di coccole e la lasciava dentro casa ma, quando crebbe, la mise fuori nel recinto (un recinto grandissimo che quasi si perdeva a vista d’occhio).

- Qui potrai correre e saltare, correre da un punto all’altro del recinto e ripararti nella casetta che ti ho costruito quando sarai stanca e accaldata – le disse teneramente.

La capretta era felice e, quando il padrone rientrava dal mercato, lo accoglieva con effusioni d’affetto.

Ma il tempo passava e la capretta cresceva. Il recinto, per quanto grande, cominciava a starle stretto e la bestiola cominciò a porsi delle domande. Una sera, al rientro del suo padrone, lo fermò e gli chiese:

- Perchè non posso uscire dal recinto ?

- Il recinto è la tua protezione e sicurezza, per te e per gli altri animali: serve per non fare entrare le bestie feroci – rispose Mordente- quando qualche bestia si avvicina, il nostro cane Timmy abbaia e dà l’allarme, la nostra lince Mizzy schizza come un fulmine verso il malcapitato predatore e, se non basta, io sono già pronto col fucile. Ma solo qui siamo al sicuro: se ci allontaniamo verso la montagna siamo in pericolo.

- Cosa c’è in quella montagna? – chiese ancora la capretta – io vorrei andarla a vedere.

- Quella montagna è il pericolo principale da evitare, c’è un lupo feroce. Avvicinarlo è morte sicura.

- Ma io sono forte, ho anche sviluppato queste due corna, mi so difendere – insisteva la capretta.

Il signor Mordente stava perdendo la pazienza e non sapeva più controbattere alle sue domande, quindi prese una decisione: temendo che la capretta avrebbe tentato la fuga, preparò una corda lunghissima che le permettesse comunque di muoversi all’interno del recinto e la legò a un palo al centro dello stesso.

- Lo faccio per te, per la tua salvezza, per la tua vita … non puoi capire adesso. Ho già perso un’altra capretta prima di te, per colpa della sua testardaggine, non voglio soffrire di nuovo. Lei lottò tutta la notte contro il lupo, lo ferì prendendolo a cornate ma alla fine, dopo poche ore, dovette soccombere. E io non ho potuto far niente per salvarla – concluse il signor Mordente.

Così l’assicurò al palo e aggiunse: “Un giorno mi ringrazierai”. La capretta ogni giorno che passava era sempre più triste, a nulla servivano le suppliche al suo padrone: non l’avrebbe mai slegata. Osservava la montagna all’orizzonte e sognava di correre libera su e giù per le valli, assaporava con la fantasia i fiori e l’erba fresca dell’altura, ma si risvegliava legata a un palo con una corda che ogni giorno sembrava sempre più corta, in un recinto sempre più stretto.

Così le venne un’idea: cominciò a rosicchiare la robusta corda sempre nello stesso punto, senza farsi mai accorgere dal padrone. Riprese a mangiare e a essere allegra come i primi tempi: viveva nella speranza di riuscire a liberarsi prima o poi. Il signor Mordente pensò che si fosse ravveduta e che avesse finalmente accettato la sua situazione, e mai gli venne in mente di controllare l’integrità della corda.

Arrivò il giorno in cui la corda era ormai al limite. La capretta attese la notte e, mentre tutti dormivano, diede un forte strappo, poi un altro, un altro ancora con la forza della disperazione e la corda finalmente cedette.

La capretta si mise a correre, correre, correre, saltò il recinto e via verso la montagna a gambe levate, veloce come il vento, felice come non mai. Il cane del signor Mordente diede l’allarme, la lince schizzò come un fulmine, ma si fermò al confine della proprietà, così com’era stata addestrata; il contadino prese un fucile e si mise all’inseguimento, ma la capretta era troppo lontana, un puntino bianco nella notte che diventava sempre più piccolo.

Il signor Mordente allora si fermò e si mise a urlare: “Torna quiiiii sei ancora in tempo! ti pregoooo”

La capretta non si fermò, continuò la sua corsa instancabile verso la montagna finché … non si levò un lontano lugubre ululato: era il lupo che, affamato, cominciava a discendere la montagna.

- Presto corri da me, oraaa! – urlò ancora il signor Mordente.

Istintivamente la capretta si fermò e stava per tornare indietro per salvarsi … ma pensò: “se torno indietro sarò legata a una corda per sempre!!! e molto più resistente”.

Bastò questa riflessione di un decimo di secondo per fugare ogni indecisione e riprendere la corsa verso la montagna, sfidando il lupo che non tardò a presentarsi.

La capretta intraprese una dura lotta con il lupo, respingendo a cornate tutti i suoi attacchi, e infliggendogli profonde ferite, ma la fame, la forza e la resistenza del lupo ebbero ragione sulla combattiva e indomabile capretta. Al mattino, la capretta stremata si abbandonò senza forze svenuta. Il lupo, ferito e zoppicante, ne approfittò per sbranarsela. Mentre aspettava la sua ora, la capretta – senza alcun rimpianto, anzi, soddisfatta di aver resistito così tanto al lupo vincitore che si stava avvicinando – pensò: “E’ la fine, ma meglio una notte libera in battaglia contro questo lupo che una vita prigioniera del signor Mordente nel suo orribile recinto a fare sempre le stesse cose intorno a quel palo della tortura … il lupo mi ha dato una chance … non ce l’ho fatta, ma presto brucherò le praterie del cielo e nessuna corda e nessun famelico lupo e nessun padrone protettivo me lo potranno più impedire. Vieni lupo, hai vinto, mi arrendo”.

Quando vide i resti della povera capretta, il contadino scoppiò a piangere, colpevolizzandosi ancora una volta di non essere riuscito a salvarla. Si rammaricava e si chiedeva: “Ma perché volevano sempre scappare? Da me avevano tutto, anche il mio amore!!!”

Un Angelo di nome Coscienza gli apparve all’improvviso, destò la sua attenzione, e iniziò a parlargli. La sua risposta è anche la morale di questa favola:

- No signor Mordente, no. Non è così che si conquista l’amore del prossimo. Hai privato la tua capretta dello spazio e, per quanto grande, una prigione è sempre una prigione. Ma cosa ancor più grave, hai privato la tua capretta della libertà di scegliere e lei, quando ha potuto scegliere, ha scelto il male minore: il lupo. Quest’ultimo almeno le ha dato una speranza di libertà, tu l’avresti imprigionata per sempre. Lei è libera, adesso, pascola e corre nelle praterie del cielo, in un luogo senza lupi e senza padroni.

Come si dice? Meglio un giorno da capra che cento da lupo? No, questa è un’altra storia.

Vincen t Pisano

 

Favola gentilmente concessa da GBN News Il Giornale delle Buone Notizie

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