Le Parole degli Angeli
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Momenti di tenerezza

Favole Sugli Angeli

Favole Sugli Angeli L'Angelo Che Voleva Diventare Arcangelo

 

Favole Sugli Angeli

 

C'era una volta un Angelo bellissimo, di bel portamento e sublime intento, che aspirava a diventare un Arcangelo.

 

Dio gli disse d'andare sulla terra a prestare servizio tra gli uomini, per guadagnarsi la promozione.

 

L'angelo accettò con entusiasmo e si apprestò a fare le valige.

 

La missione che gli era stata affidata consisteva nel prendere le sembianze di una panettiera in un paesino sperduto.

 

Darai da mangiare buon pane fatto in casa, sfamerai le persone con il pane artigianale frutto dell'amore, servirai l'umanità e guadagnerai l'ascensione a nuovi stati di consapevolezza, disse Dio.

 

Bene, disse l'angelo. E partì.

 

Arrivò sulla terra con un vago mal di testa; la prima cosa che gli venne da fare fu strillare a pieni polmoni. Con una parte del suo cervellino nuovo di zecca pensò che l'aria sulla terra era irrespirabile. Con l'altra parte di cervellino pensò: questi zotici non capiscono cosa voglio: HO FAMEEEEE!!! (e anche paura, freddo, mi fa male la pancia nuova di zecca e forse sono anche un po' pentito, anche se non ricordo bene di cosa...)

 

L'infanzia fu serena. Paesino di campagna, gonnellina al ginocchio, trecce, un po' sovrappeso per la sua età. Intelligente ma non si applica, dicevano di lei gli insegnanti. Grassona, dicevano di lei i compagni maschi. Qualche volta anche le femmine.

 

Preghierina prima di andare a dormire, la mamma glie lo raccomandava sempre. In cielo ci sono gli angeli che ti proteggono, onorali sempre con le tue preghiere, figlia mia!

 

A lei questa cosa ricordava qualche altra cosa, ma non sapeva cosa. Se ci pensava troppo le veniva mal di testa e anche un po' di nausea, per cui non ci pensava molto. Poi smise di pensarci del tutto.

 

Alla fine delle scuole superiori si iscrisse alla facoltà di economia e commercio in città.

 

I suoi genitori le dicevano sempre che l'economia è il pilastro portante della società, conoscerne i meccanismi era fondamentale per una vita di successo e, cosa non trascurabile, avrebbe sicuramente conosciuto un bel giovane, di buona famiglia, con cui accasarsi in caso non avesse trovato un buon posto in banca.

 

Una specie di assicurazione sulla vita con la barba.

 

I primi due anni di università furono facili, anche se un bel po' noiosi, ma d'altronde la vita nel paesello era anche più noiosa, per cui tutto sommato era un cambiamento in meglio.

 

I suoi simili non le erano particolarmente simpatici, per cui preferiva di gran lunga stare in camera a leggere.

 

I suoi compagni le ridevano dietro, le dicevano campagnina, cicciona, ritardata, orso marsicano, a seconda delle giornate.

 

Lei non ci faceva molto caso, anche se si sentiva terribilmente sola. Alle volte aveva una sensazione strana, come di nostalgia, ma quando approfondiva di cosa potesse avere nostalgia, non si raccapezzava, visto che il suo paese non le mancava troppo e in ogni caso ci tornava tutti i fine settimana. A volte sognava un volto luminoso dietro un lenzuolo che fluttuava verso di lei e la chiamava per nome: ogni volta il sogno terminava di botto perché lei iniziava a starnutire e si svegliava con il moccio che colava. Che schifo. Una volta al risveglio aveva contato 23 starnuti consecutivi e un pacchetto di fazzoletti volato via come niente.

 

Al terzo anno di università le venne una balorda malattia che nessun medico seppe diagnosticare con esattezza. Aveva delle scaglie secche su tutto il corpo, febbre alta e occhi che lacrimavano. Prurito continuo. Dissero che non era contagioso, ma nessuno ci credette.

 

Avere una malattia che ti provocava squame ovunque, occhi lacrimevoli e febbre costante non era esattamente un lasciapassare per la vita sociale. Dovette abbandonare l'università e tornare dai suoi al paese. Si ritrovò chiusa nella sua stanzetta dell'infanzia tutto il giorno, ancora più sola. I suoi per consolarla le regalarono un gatto nero con gli occhi verdi che stava tutto il giorno accoccolato vicino a lei sulle coperte, santa bestiola. Meglio che niente.

 

Passò un anno. Una mattina nel dormiveglia vide un nano, brutto come la peste, seduto al fondo del letto. Pensò che fosse arrivato il momento di tirare le cuoia o di fare le valige alla volta del manicomio più vicino. Quello che le fece pensare di non essere impazzita definitivamente fu che il gatto alzò la testa, balzò sulle zampe con la schiena arcuata soffiando come un mantice e in tre secondi era già sparito sotto il letto. Il nano la guardò a lungo, con uno stupido sorrisetto di scherno sulle labbra; però, le parve, anche con un briciolo di compassione nello sguardo.

 

Le disse “Ho deciso che è venuta l'ora di darti una mano ad abbandonare l'aspetto di lucertola febbricitante e tornare un essere umano. Ti guarirò, ma tu in cambio dovrai iniziare un corso di punto croce. Questo è tutto quello che chiedo. Prima ti iscrivi e prima ti passerà il malanno. Tutto chiaro?”

 

Lei pensò che le squame le avessero intaccato anche il cervello. Però stranamente le sembrava che ci fosse una bizzarra logica in quello che questo piccolo mostriciattolo le stava chiedendo. Pensò “Perché no? In fondo cos'ho da perdere?” e quindi disse di sì. Il nano si mise a ridere e sparì in un vapore verdognolo.

 

Il gatto non si fece vedere per due giorni.

 

Chiese ai suoi di telefonare in comune e iscriverla al corso di cucito indetto dalla regione. I suoi pensarono con tristezza e rassegnazione che non ci fosse più nulla da fare e si prepararono al peggio. Tuttavia lo fecero, pensando confusamente di rispettare le ultime volontà della loro squamosa figlia.

 

Il giorno dopo l'iscrizione le squame iniziarono a diminuire. Si ammorbidivano e piano piano venivano riassorbite. La pelle sotto era tenera e delicata. Rimasero solo due ovali più scuri in corrispondenza delle scapole: nessuno capì mai il perché. Inoltre, la lunga malattia le aveva fatto perdere un sacco di chili, per cui nel giro di un mese si scoprì sana e molto più graziosa di prima che comparisse la malattia. In compenso si trovò ad essere molto più scontrosa e rabbiosa.

 

Seguì il corso di cucito per qualche lezione, annoiandosi a morte. Provò a saltarne una ma, ORRORE!, ricomparvero le squame sul ginocchio destro. “Nano bastardo”, pensò lei, e tornò a seguire il corso.

 

Un giorno, alla macchinetta del caffè, incrociò un ragazzo timido e impacciato che con mille moine le offrì il caffè. Lei accettò di malavoglia.

 

Lo rivide alla pausa di metà mattina, ogni giorno, per tutto l'anno. A giugno, alla festa di diploma del corso di cucito, lui, che si diplomava in panificazione, le chiese di uscire.

 

Si sposarono il 14 febbraio, giorno di San Valentino (Una roba schifosamente melensa, pensò lei. Una grande emozione, pensò lui. E pianse).

 

La panetteria inaugurò il 20 settembre dello stesso anno.

 

Il lavoro della panetteria non le piaceva particolarmente, ma era meglio che niente. Negli anni imparò a fare la focaccia migliore del quartiere, per cui gli affari filavano bene. Ebbero due figli e la vita procedeva più o meno serena, fino a quando non aprirono un grande supermercato un isolato più in là. La concorrenza era sleale, i prezzi della grande distribuzione erano molto più bassi dei loro e nel giro di un anno iniziarono a vendere molto meno. Lei pensò che piuttosto che colare a picco la cosa migliore fosse diminuire la qualità delle farine e iniziò a vendere prodotti di scarsa qualità con un ricarico molto più alto. Il marito non era d'accordo ma da tempo era lei che decideva tutto in famiglia. Forse da sempre.

 

Negli anni, in qualche modo riuscirono a fare studiare i figli, a pagare il mutuo della casa e a tirare avanti dignitosamente.

 

Ad un anno circa dalla pensione, una mattina di marzo in cui faceva un freddo straordinario per la stagione, si presentò alla porta della panetteria un mendicante vestito di stacci.

 

Le chiese un sacchetto di pane scusandosi perché non poteva pagare. Anche raffermo, disse; mi vergogno molto a mendicare, ma ho molto freddo e molta fame.

 

Lei negli anni si era indurita sempre più e non era incline ad aiutare proprio nessuno, considerate anche le difficoltà a tirare avanti la baracca. Però...c'era qualcosa in quello straccione che le faceva tenerezza. Forse era dovuto al fatto che quest'uomo era pieno di piaghe sulle braccia, che assomigliavano molto a delle squame.

 

Controvoglia andò nel retro per prendere il pane secco che dava al cane alla sera, ma le sue braccia, quasi contro la sua volontà, pescarono invece da un mucchio di pane appena sfornato, fresco e fragrante. Quasi in sogno poi, vide su una sedia la coperta che usava qualche volta da mettere sulle ginocchia per cucire nei momenti morti (il corso di cucito in fondo a qualcosa era servito). Prese anche quella. Diede all'uomo il sacchetto di pane e la coperta. L'uomo la ringraziò infinitamente con un sorriso così dolce e disperato che lei non l'avrebbe più dimenticato.

 

Quando l'uomo uscì, lei strabuzzò gli occhi e pensò “ma cosa diavolo mi è preso, questo non è affatto da me”. Tuttavia, solo per un attimo, sorrise.

 

Rimase vedova tre anni dopo che ebbero venduto la panetteria. Abitò da sola per molti anni, confezionando vestitini per i nipoti e andando al parco a vedere gli uccelli planare sugli alberi rigogliosi. Le erano sempre piaciuti i volatili, tutti tranne i piccioni, che portano le malattie; almeno, così aveva sentito dire. Aveva una specie di fissazione per le ali, tanto che quando trovava in terra una piuma persa da un uccellino la portava a casa e la metteva in un cassetto.

 

Quando morì e i figli andarono a sgombrare la casa per venderla, trovarono i cassetti e gli armadi pieni di piume di tutti i colori e le forme.

 

“Allora, cosa ne dici?” chiese Dio all'aspirante Arcangelo.

 

L'Angelo era veramente mortificato. Aveva rapidamente scordato la missione che l'aveva condotto sulla Terra, per sua scelta. Aveva vissuto una vita ordinaria, abbandonandosi alla rabbia e alla rassegnazione, facendosi risucchiare dal vortice di problemi che porta con sé ogni esperienza terrena. Insomma, proprio lui, un Angelo!, ridotto all'amnesia sulla sua vera origine, aveva mancato completamente l'obiettivo! Non meritava la promozione, questo era certo. Anzi, doveva ritenersi fortunato che il Capo non lo retrocedesse.

 

Con gli occhi fissi sui suoi splendenti sandali dorati, riuscì solo a dire “Mi dispiace”.

 

Dio lo guardò. Uno degli Angeli più maestosi e meritevoli della sua Legione.

 

“Una cosa ho tralasciato della tua storia sulla Terra. Guarda!” e su uno schermo lucente sospeso nel vuoto apparve il bancone della panetteria: dietro di esso, una donna anziana e arcigna, nel momento in cui un uomo, giovane e malmesso, entrava portando una ventata di gelo dall'esterno. La donna andava nel retro, per tornare qualche istante dopo con un sacchetto di pane fresco e una coperta che consegnava al giovane mendicante.

 

Il fatto strano è che l'Angelo, guardando la scena, ricordò tutto, ma si stupì del fatto che il giovane uomo, che ricordava di aver aiutato, avesse attorno al corpo un grande alone luminoso, di un bianco splendido e accecante, che lui aveva visto solo intorno agli Arcangeli di più alto rango.

 

“Allora, cosa vedi in questa scena?” chiese Dio.

 

L'Angelo stava cercando di raccapezzarsi, era piuttosto confuso...

 

“ Proprio come pensi, figlio mio. Quello straccione che hai deciso di aiutare con del pane e una coperta, era un nostro Arcangelo in missione sulla Terra, proprio come te. Sai, se tu non avessi deciso di dargli una mano, in capo a tre giorni il suo corpo non avrebbe retto il freddo e la fame e avrebbe dovuto abbandonarlo: insomma, sarebbe morto, come dicono sulla Terra. Causando, manco a dirlo, un sacco di ritardi su una serie di questioni abbastanza importanti per la crescita spirituale del Pianeta. Un mare di lavoro sprecato, amico mio! Invece, grazie a te e al fatto che hai deciso di fare un atto d'amore nei suoi confronti, è diventato una grande guida che sta facendo un ottimo lavoro!”.

 

L'Angelo era basito. Non sapeva se essere contento perché tutto era andato per il meglio (e sicuramente lo era) o terribilmente dispiaciuto per non aver riconosciuto un collega! Ma come era possibile?! Che vergogna!!!

 

“Non devi vergognarti, fratello mio!” disse Dio, a cui leggere nel pensiero riusciva piuttosto facile. “Alle volte, in una intera vita sulla Terra, basta un momento per ricordare qual'è la cosa giusta da fare...” Sorrise e gli fece l'occhiolino “alle volte no, non basta, ma ad ognuno la sua storia, non credi anche tu?!”.

 

Sì, l'Angelo credeva di poterlo credere, effettivamente...

 

“BENE: allora, visto che la tua missione ha avuto un fulgido successo, sarai felice di sapere che sei stato promosso!”

 

Si sentì un vago, tenue, struggente suono di trombe d'argento: ah, quel suono...

 

“Ora sei un Arcangelo!” disse Dio. E sorrise. Ah, QUEL SORRISO...

 

Le vie del Signore sono PROPRIO infinite, pensò l'Arcangelo, commosso.

 

“Già,” rispose Dio, guardandolo con gli occhi socchiusi, come un sornione gatto divino “alle volte mi sorprendo da solo” disse ridacchiando.

 

E poi, pensando un pensiero divino così sottile e imponderabile che neppure un Arcangelo avrebbe potuto coglierlo, pensò: “Ancora non sai cosa ti aspetta in qualità di Arcangelo...” e sorrise con infinito amore guardando il suo aiutante fresco fresco di nomina.

 

Silvia Raffaella Formia

 

Favole Sugli Angeli L'Angelo Che Voleva Diventare Arcangelo è tratta da www.educazionespirituale.it

 

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