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Momenti di tenerezza

Essere Papà Le Nostre Esperienze

Essere Papà Le Nostre Esperienze

 

Essere Papà

 

Essere papà è un’esperienza che non ha eguali. Quando abbiamo avuto conferma che sarebbe arrivato un bimbo sono stato felicissimo anche se non sapevo bene cosa significasse … poi, un bel giorno, ci siamo trovati in tre. E mi sono reso conto che Matteo, appena arrivato, aveva bisogno di tutto. Mi sono sentito responsabile della vita e delle necessità di mio figlio. Ero stanco, ma pieno di energia anche quando pensavo che non avrei retto. Oggi mio figlio ha un anno e mezzo e la vitalità che mi trasmette è, se possibile, ancora più forte. Quando torno a casa la sera e ritrovo mio figlio, i suoi sorrisi e le sue grida di gioia sono come nuovo carburante per me. E adesso, aumentiamo il carburante, visto che a breve arriverà Sofia! (Mario)

 

Essere papà è un’esperienza unica e difficile da raccontare. La natura fa provare a un padre per i propri figli un tipo di amore nuovo, di intensità crescente, spesso diverso dalle esperienze di amore vissute fino a quel momento. Le priorità cambiano: i figli, il loro bene e la loro felicità diventano la cosa più importante, ancora più di se stessi. Vederli crescere, imparare cose nuove, sviluppare la propria personalità, sono esperienze che regalano emozioni straordinarie, che ripagano di qualsiasi sacrificio. (Giovanni)

 

Quando nasce un figlio è un’esperienza unica, soprattutto quando stai per vedere per la prima volta tuo figlio. È come iniziare un’altra vita: ieri eravamo in due, oggi siamo in tre! Cambia la vita perché tutto, almeno all’inizio, si svolge in funzione del bimbo: anche i rapporti tra moglie e marito sono più di tipo organizzativo, l’affetto e l’amore sono concentrati sul piccolo. Credo sia importante per la coppia fare di tutto per evitare di cadere nella routine e a pensare quasi solo al lavoro e alla gestione dei figli. (Luca)

 

Essere padre di un bimbo di 2 anni e mezzo a 49 anni è un’esperienza fantastica che mi riempie ogni giorno di nuove emozioni. Potrei essere un buon testimonial della gioia di essere genitore proprio perché tale scelta è maturata lentamente a un’età non più giovanissima. Credo che proprio da tale aspetto derivi una maggior consapevolezza del ruolo, e una felicità più ricca che offre nuova linfa anche al rapporto di coppia. (Sandro)

 

C’è stato un momento in cui ho iniziato a voler diventare papà. Era il tempo dei primi innamoramenti, delle prime “cotte” perlopiù non dichiarate e siccome fantasticare è gratis, iniziavo pure a pensare a mio figlio. Con il passare degli anni e delle esperienze è cresciuta la convinzione che sarei stato un bravo papà: presunzione direte voi. Si, presunzione! Tanto anche quella è gratis …

 

Poi è arrivato il giorno di fare sul serio: senza preservativo e stavolta per scelta e non perché non era il momento di andare a cercarne uno (ma quante volte ho “rischiato” di diventare padre?). Ma ancora non mi sentivo papà, avevo altro a cui pensare in quei momenti.

 

Una sera a cena è arrivata la frase magica: “ho un ritardo” mi ha sussurrato mia moglie in pizzeria e io “da quanto tempo?” e lei “da qualche ora …”. Puntuale come un orologio atomico del Cern di Ginevra qual’era, lei iniziava già a preoccuparsi delle conseguenze delle nostre “leggerezze consapevoli” in fatto di contraccezione e s’è pure mezza offesa quando mi sono messo a ridere del suo personalissimo test di gravidanza.

 

Due giorni dopo, davanti a quelle lineette del test acquistato in farmacia che prendevano forma e colore e dopo un paio di veloci quanto superflue riletture delle istruzioni del test, iniziammo a ridere poi a piangere poi di nuovo a ridere, insomma a farcela addosso. Biologicamente parlando ero papà, ma il mio cervello era saturo di emozioni e non era in grado di farmi sentire tale.

 

La gravidanza l’abbiamo passata tra controlli medici, shopping vari e letture didattiche. Fino a quando mia moglie non ha iniziato a disturbare il mio sonno con le sue pipì notturne (all’epoca pensavo che niente potesse essere più scocciante di notte), ma di fatto, a parte qualche attenzione e qualche coccola in più da parte mia nei suoi confronti, nulla era ancora cambiato e questo contribuiva a farmi ancora sognare come sarei stato bravo a fare il papà. Già, ma in realtà ancora non mi ci sentivo e poi mancava ancora un mese …

 

“Dobbiamo andare” sono state le ultime parole di quel sogno di quella tarda mattinata di domenica. “Dobbiamo andare, alzati!”. Mia moglie ha sempre avuto quella strana mania di arrivare in orario, ma adesso esagerava! Sentivo che non era passata ancora metà giornata e l’appuntamento con i miei genitori era per la cena, perché tutta quella fretta?

 

“Dobbiamo andare …”

 

Quei punti di sospensione e quella leggerissima intonazione ironica (quando invece, di solito, al terzo avvertimento era tutto tranne che ironica), mi hanno fatto scattare come un furetto a cui hanno appena detto che il contadino ha lasciato aperta la porta del pollaio!

 

Puntuale come un autobus di Roma a ferragosto, quell’alieno che cresceva nella pancia di mia moglie, tre settimane prima che giungesse a termine il patto con quanto previsto dalla natura, rompeva le acque e rompeva pure quell’ultimo sonno di quell’ultima domenica mattina passata senza la sua voce nelle orecchie.

 

Era il secondo giorno che stavamo in ospedale, ormai era solo una pura formalità e di lì a poco sarei diventato papà, o no? Ci sono mille cose che possono andar male durante un parto, ma non erano quelle a preoccuparmi. Sarei diventato finalmente papà? Ancora non mi ci sentivo …

 

Dopo urla, sangue, sudate e imprecazioni varie in lingue sconosciute, in una fredda serata quasi invernale, per l’anagrafe ero papà. Me lo dicevano tutti: “Congratulazioni, sei diventato papà!”. Sarà, ma ancora una volta non c’era tempo per pensarci, c’erano altre cosa a cui provvedere.

 

Il primo giorno di ritorno a casa dopo quell’esperienza, eravamo in tre con tre distinti flussi sanguigni. Eravamo due genitori e un figlio, ma mia moglie ed io avevamo la sensazione netta che ancora non eravamo né lei una mamma, né io un papà: ne sarebbe passato di tempo prima di diventarlo e quell’enigma che faceva finta di dormire nella sua culla, che aveva già iniziato a studiarci anche se teneva gli occhi chiusi, lo sapeva.

 

I mesi passavano e ormai tutti (ma proprio tutti eeh) si rivolgevano a me come ci si rivolge ad un papà. Quando si sparge la voce che in un qualche registro di un qualche Comune c’è scritto che sei un papà, nonostante nemmeno io abbia ancora verificato se effettivamente c’è scritto oppure no, da allora si è automaticamente promossi ad un rango di autorevolezza che decisamente stonava con le magliette colorate da adolescente che ancora porto, ma per tutti ero un papà. Per tutti ma ancora non per me, c’era ancora qualcosa che sentivo nel profondo non essere ancora andato nel posto giusto. Come un pezzetto di tetris nell’anima, ancora da ruotare per completare il quadro.

 

Papà? Pappa? Papa? No, ha detto “Papà”! Mio figlio ha detto proprio “Papà”, ma allora perché quell’ultimo pezzo di tetris ruota ancora e non si incastra a dovere? Non sarà per caso che esiste la remota possibilità che mi sia sbagliato e che tutti quei sogni che mi sono raccontato fino ad ora non si avvereranno? Perché non sono ancora diventato un papà?

 

Fino a quando un giorno, un giorno qualunque in cui non mi ero preparato, non avevo preparato alcun discorso, la stampa non era intervenuta perché non avevo rilasciato nessun comunicato per avvertirla, sono diventato finalmente papà perché ho sentito che quell’ultimo mattoncino colorato del mio tetris è andato nel posto giusto.

 

E’ stato mio figlio a comunicarlo ad un suo amichetto quando avevano tutti e due appena due anni. Eravamo solo noi tre ed è stato un patto tra uomini, una di quelle cose che si vedono nei film, dove l’inquadratura stringe sugli occhi dei protagonisti, ne cattura il sudore che si addensa sulle tempie e poi allarga ruotando intorno con la telecamera montata su una gru per cogliere l’insieme e poi ancora fa un flashback sul labiale di chi ha pronunciato quella frase epica: “Questo è il mio papà”.

 

Il suo amichetto non ha fatto una piega. Del resto, il concetto era straordinariamente semplice, anche un bambino di due anni poteva capirlo, ma io ancora non c’ero arrivato. Sono state parole che solo l'essenzialità sa rendere così eleganti, senza dubbi, senza emozioni, un dato di fatto che nemmeno un’analisi del DNA potrebbe ormai mettere in discussione. Così tanto significato in così poche parole, pronunciate da quel piccoletto che da quel giorno mi ha fatto capire che ero diventato finalmente papà! (Federico)

 

Sento anch’io di essere cambiato. Lo spartiacque c’è stato con la nascita di Vera, cinque anni e di Federico, tre anni. Li ho avuti da Silvia, la mia compagna, una collega conosciuta una sera in casa di amici. Prima di diventare padre mi portavo dentro delle questioni irrisolte. E nonostante avessi 49 anni non mi sentivo pronto per diventare padre. Sentivo che la mia maturazione non era ancora completa. Ero concentrato sul lavoro, su me stesso. Meno sugli altri. Poi Silvia è rimasta incinta e per me si è aperto un mondo nuovo, bellissimo. Irrinunciabile.

 

All’inizio non ero completamente contento di diventare padre. Durante la gravidanza ero spesso assalito dai dubbi: Sarò all’altezza? Non sarà troppo tardi mettere al mondo dei figli alla mia età? Gli amici più cari mi prendevano in giro. ‘Vedrai che appena ti nascerà e lo avrai tra le braccia non avrai occhi che per quel frugoletto e i dubbi si dissolveranno in un istante’. Avevano ragione loro. Ho assistito al parto di Silvia, ho preso in braccio Vera e da allora non ho più smesso di essere padre. Felice di esserlo. (Fabrizio)

 

Con i bambini ho sempre avuto un rapporto gioioso e quando sono diventato padre ho scoperto l’esperienza più bella del mondo. Le mie figlie, che oggi hanno 14, 11 e 2 anni, mi stanno mettendo di fronte a molti interrogativi: spero di trovare le risposte giuste. Sento una grande responsabilità, soprattutto di fronte ai temi posti dall’adolescenza. Come genitori, non conta molto quello che diciamo, ma dobbiamo lottare per essere semplici e veri: ce la possiamo fare! (Ettore)

 

A quasi una settimana dalla sua nascita, milioni sarebbero le cose che vorrei dirgli, soprattutto la notte, quando il silenzio ci avvolge, soli, noi tre, lo guardo ed i pensieri iniziano a scorrere nella mia mente e allora vorrei dirgli quanto lo abbiamo desiderato, quanto lo abbiamo cercato, la gioia di quando abbiamo saputo che nella pancia della mamma si era fermato, i nove mesi di attesa, ma ciò che gli voglio raccontare è il momento in cui l'ho visto, l'ho preso in braccio e ci siamo presentati. (Carlo)

 

Maurizio è un papà che ha adottato suo figlio dieci anni fa in Bulgaria. “Sono diventato padre di Svetli quando ormai non ero più proprio considerabile giovane. Avevo quarantasette anni ed una voglia incommensurabile di avere un figlio. Le tensioni, il mancato decreto di idoneità poi il successivo ricorso in corte d’appello e tutti gli ostacoli superati nel percorso adottivo, avevano  accresciuto le mie motivazioni. Quindi, quando con mia moglie arrivammo a conoscere il nostro Svetlino, che allora aveva solo due anni, mi accorsi di essere diventato padre solo dopo alcuni giorni. Forse per uno strano processo di autodifesa, mi ero abituato a non considerare l’evento della mia paternità così realizzabile.

 

Ricordo il primo giorno d’incontro in Bulgaria con quell’esserino che finalmente sarebbe diventato mio figlio e che pretese fin da subito di essere il naturale possessore di ogni cosa che mi apparteneva: dalla scheda fotografica, alla telecamera, ai vari attrezzi che continuavo ad armeggiare per rendere indimenticabile il momento del nostro incontro.

 

Solo dopo un po’ di tempo mi resi veramente conto di essere diventato padre, sia dentro di me che agli occhi della famiglia che finalmente stavo costruendo. Devo confessare che il primo sentimento nei confronti di quelli, che padri lo erano già diventati, molto prima di me, magari anche dieci o venti anni prima, fù una certa invidia. Avevo perso un mucchio di tempo a far che? Anche l’ambiente mi era in un certo senso ostile. Ricordo quel tipo al mercato che un sabato disse al mio Svetli: – Bello eh, andare in giro con il nonno a fare la spesa? – Mi fece provare ulteriore rammarico, ma mi fece anche capire quanto poco valga il commento della gente che non conosci (in fondo avevo solo cinquant’anni e nemmeno portati male … ).

 

Ora che mio figlio è molto malato … di papite acuta, vivo il periodo più bello della mia vita di uomo adulto, come papà, attraversando momenti di grande soddisfazione ed anche periodi di difficoltà e magari scoramento, ma sempre con l’impegno, che questo ruolo comporta. Se è vero, come ho letto da qualche parte, che i figli servono agli adulti per poter maturare, credo anche che diventare padre in età matura, possa essere un valore aggiunto per un figlio arrivato magari un po’ in ritardo. Per questo ho sempre fatto in modo di vivere più tempo possibile con mio figlio, anche sacrificandolo alla mia attività lavorativa. Non mi sono perso un minuto dei suoi anni di piccolo esploratore ed abbiamo scoperto ed osservato insieme le tante novità che apparivano nel suo giovane mondo.

 

Sono orgoglioso del fatto che lui le abbia potute maggiormente apprezzare con l’aiuto del suo papà. Ora che lui è ormai adolescente, sono consapevole che i tempi del distacco sono maturi, ma cercherò di continuare ad essere un padre disponibile, cercando, magari con difficoltà, di non essere troppo presente nella sua futura vita di giovane uomo.

 

Desidero dire a tutti i papà, che l’arrivo di un figlio è un dono fantastico, che va vissuto nel momento in cui ci viene concesso. Alcune volte altre distrazioni della vita allontanano i padri da questa esperienza unica anche per un uomo: per motivi di carriera o per altri motivi che alla fine non si rivelano così importanti. E di questo quando sei troppo giovane, spesso non te ne rendi conto, come non ti rendi nemmeno conto delle tante cose che si possono rimandare più avanti. Un figlio no, un figlio va vissuto ed accompagnato per mano fino al momento in cui, indicata la strada, correrà con le sue gambe incontro alla vita. Ed oggi fortunatamente, sono sempre di più i papà presenti nelle vite dei propri figli e che non vogliono avere alcun rimpianto, per essersi persi una avventura così meravigliosa”. (Maurizio)

 

Essere Papà Le Nostre Esperienze sono state scelte da Sara Luce

 

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