Le Parole degli Angeli
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Premorte

Le Esperienze Pre-morte Testimonianze

Le Esperienze Pre-morte Testimonianze

 

Le Esperienze Pre-morte

 

Le esperienze pre-morte sono preziose testimonianze raccontate da chi dopo essersi sperimentato in assenza di corpo per un evento grave, ha poi ripreso contatto con il suo fisico. Le testimonianze pre-morte ci nutrono di conoscenza e speranza. Silvia racconta la sua esperienza iniziando proprio dagli istanti che hanno segnato la sua uscita dal corpo. Ascoltiamola:

 

L'ovatta grigia che mi imbottiva la testa si andava assottigliando, mentre riprendevo lentamente coscienza del mio corpo. Luci fredde e azzurrognole, come punte di spilli incandescenti, penetrando attraverso le garze che mi coprivano le palpebre, mi ferivano in modo insopportabile gli occhi. Odori sgradevoli e strani colpivano il mio olfatto non ancora del tutto risvegliato; mentre rumori attutiti e sconosciuti si facevano largo nei miei poveri timpani.

 

Con curiosità crescente mi domandavo cosa stesse succedendo e quale incubo terribile stessi vivendo. I dolori lancinanti che avvertivo in tutto il corpo, però, mi diedero presto la certezza che questa era la realtà: ma quale? Per non so quanto tempo cercai di riordinare le idee e trovare la risposta giusta che mi spiegasse dove mi trovavo, cosa mi stesse succedendo e sopratutto chi fossero le persone intorno a me.

 

A me? Ero davvero io quello strano ammasso dolorante e massacrato disteso in quel letto stretto e freddo? Facendo appello alle poche risorse che mi restavano e attingendo a non so quali energie, riuscii ad afferrare strani brandelli di conversazione:

 

..... Altro sangue, in fretta ..... ..... Controllo pressione, presto .... .. Suturare! ..... ..... Respirazione alterata ... pressione in calo ... polso debolissimo ... arresto cardiaco! ....

 

Non riuscii ad ascoltare altro, poichè, improvvisamente, udii un unico rumore forte e acuto, del tutto simile al fischio di un treno che si avvicinasse e mi trovai avvolta dal buio assoluto.

 

Mi sentivo risucchiare in un vortice di aria calda: non avevo paura; al contrario, avvertivo una sensazione eccitante, molto simile a quella provata a otto anni, quando per la prima volta mio fratello mi aveva accompagnata a visitare il "castello delle streghe" al luna park. Gradualmente, le tenebre si diradarono, lasciando il posto a una luce dorata e morbida, che mi avvolse facendomi sentire sicura e protetta come nel grembo materno.

 

Non più dolori, non più stordimento e curiosità; solo un grande senso di pace e d'amore: la parte più intima di me si era allontanata non sopportando più lo strazio del mio corpo ferito. Mi lasciai andare alla nuova piacevolissima sensazione; galleggiai nel vuoto di luce, osservando dall'alto ciò che accadeva in quella che seppi, in seguito, essere una sala di rianimazione.

 

Vedevo apparecchiature munite di tubi, tante luci rosse, blu e verdi e carrelli con medicinali e disinfettanti, ma rimasi particolarmente colpita dal grande orologio bianco appeso sulla parete davanti al mio letto: la lancetta più corta segnava la tre e la più lunga toccava il numero quattro. Intorno a me potevo distinguere medici e infermieri dall'aria seria e preoccupata che, con perizia, usavano i più strani macchinari per tenere in vita un corpo che ormai in vita sembrava non esserci più.

 

Li osservavo applicare, con provata abilità, strani dischetti metallici sul petto; nel quale, il cuore aveva cessato di battere. In quel momento ero particolarmente stranita, vedendo il mio corpo sobbalzare in modo grottesco ogni volta che da quegli strani dischi uscivano scariche elettriche. Altri medici si affannavano intorno alla mia povera testa, cercando di suturare e tamponare le numerose ferite che deturpavano quello che era stato il mio viso.

 

Raccontandolo oggi, mi sembra un paradosso ammettere di essermi divertita osservando quanta cura mettessero in quell'operazione; senza, però, aver individuato la vera fonte dell'emorragia che mi stava uccidendo. Avrei voluto aiutarli e consigliare loro di tagliarmi gli abiti che indossavo ancora e che nascondevano una profonda lacerazione dell'arteria omerale.

 

Tentai con tutte le mie forze di fare dei cenni, di entrare in ogni modo in comunicazione con loro, provai ad allungare le mani per toccarli, ma ogni tentativo fu vano: non potevano, ne' vedermi, ne' sentirmi. Comunque, devo riconoscere di aver rinunciato molto presto a ogni tentativo: mi sentivo talmente bene da non provare alcun desiderio di rientrare in quell'involucro strano e ormai sconosciuto.

 

Non mi è possibile quantificare in modo preciso il tempo in cui rimasi a galleggiare nella stanza. A un certo punto mi vidi scendere dal letto, camminare sul linoleum candido, aprire la porta a vetri e uscire nel lungo corridoio, illuminato da un anonimo neon. Vi erano due panche di freddo metallo appoggiate alla parete e una scrivania dietro la quale sedeva un'infermiera dai capelli grigi. Raggiunta l'uscita dell'ospedale, mi sentii trascinata da una forza sconosciuta lontano, lontano: iniziò, così, per me uno straordinario e incredibile viaggio.

 

In principio incontrai una folla di persone sconosciute e sorridenti. I loro volti erano soffusi di serenità e, tenendosi per mano, camminavano su un bel prato fiorito. Avrei desiderato fermarmi a parlare con loro, ma non mi fu concesso di arrestare il cammino. Poi, inaspettatamente, attraverso una luce di nube più intensa, vidi apparire il volto dolce e tanto caro di mia nonna.

 

Allora, percependo la mia completa libertà, le corsi incontro felice, come facevo da piccola ogni volta che veniva a trovarci. Anche se era morta da 10 anni, ritrovai in lei le stesse sembianze e lo stesso amore di allora. L'abbracciai e le chiesi di tenermi con sè, per sempre: li mi sentivo in pace, come non mi era mai capitato e non avevo alcuna intenzione di tornare a soffrire.

 

La nonna mi sorrise; ma, con affettuosa fermezza mi respinse, dicendo che non potevo rimanere con lei. Il mio cammino non era ancora giunto al termine: precisi doveri mi attendevano e avevo nuovi compiti da svolgere. Fui allora ricacciata indietro e il vortice caldo mi riportò al punto di partenza.

 

Ero nuovamente sospesa a circa trenta centimetri dal mio corpo disteso e potevo avvertire tutto il trambusto che avveniva intorno al mio letto. Medici e infermieri si scambiavano occhiate d'intesa, scrollando la testa rassegnati. Uno di loro, in particolare, attirò la mia attenzione: era il più giovane e con la sua corporatura eccezionale sovrastava gli altri. Inoltre, indossava un'orribile cravatta a fiori gialli. In quell'istante percepii, inequivocabilmente, queste parole: "..... inutile tentare ancora; la paziente è morta; staccate il respiratore! .."

 

Una disperazione infinita e una rabbia feroce mi sopraffecero: io ero ancora, volevo essere ancora! Quel corpo massacrato e dolorante ora non mi era più sconosciuto: ero io! Sapevo di non essere morta, me lo aveva detto la nonna: adesso non provavo più il desiderio di morire; al contrario, mi sentivo disposta a sopportare tutto: ma che cosa potevo fare? Ormai si stavano allontanando tutti.

 

Solo il "mio dottore" si attardava ancora vicino a me. Non so come, trovai la forza di muovere lentamente il mignolo della mano destra, poi precipitai nel vuoto assoluto. Come mi raccontò successivamente mio padre, il mattino dello stesso giorno venni trasferita in un ospedale di Milano, più attrezzato per le cure necessarie alla gravità del mio stato. La, fui sottoposta a numerosi e delicatissimi interventi chirurgici per riparare i terribili danni riportati tanto al viso, quanto al braccio.

 

Rimasi in coma per circa un mese e al mio risveglio mi trovai circondata da visi sconosciuti che mi scrutavano con ansia e timore. Purtroppo, il grave trauma cranico mi aveva provocato un'amnesia totale: non ricordavo chi fossi e non riuscivo a riconoscere i miei cari. Passarono per me lunghe settimane di vuoto, prima che potessi comprendere di essere stata coinvolta in un grave incidente stradale che mi era quasi costato la vita. Dai verbali della polizia seppi che alle ore 23,46 del 16 agosto la mia autovettura era stata tamponata da un TIR ed era uscita di strada.

 

Cercai faticosamente di rammentare come si fossero svolti i fatti, ma ogni sforzo mi causava terribili emicranie che mi impedivano di continuare; eppure volevo sapere; in fondo alla mia mente sconvolta avevo la sensazione di aver vissuto qualcosa di molto importante, ma che cosa? A poco a poco, grazie alle cure appropriate, brandelli dell'accaduto si ricucirono nella mia mente. Rividi la lunga e monotona strada grigia, battuta da un forte temporale, e comincia a risentire il terribile rumore di metalli che cozzavano, tanto violento e presente da poterne riavvertire il sapore in fondo alla gola. Ma, i miei ricordi si fermavano qui. La mia fu una convalescenza lunga e molto dolorosa; però, non era la paura delle medicazioni a sconvolgere il mio sonno, ma l'incubo terribile e senza volto di cui cadevo preda ogni notte, regolarmente alla stessa ora: le 3 e 20.

 

Per quanti tranquillanti e sonniferi ingurgitassi, a quell'ora mi svegliavo in un bagno di sudore, con la netta sensazione di venire sepolta viva. Cercai di parlarne ai medici, ai parenti, chiesi conforto agli amici, ma tutti mi rispondevano: .. E' solo una conseguenza dello shock che hai subito. Non pensarci più e vedrai che con il tempo scomparirà tutto. Abbi pazienza e dimentica ...

 

Accettai il consiglio, smisi di parlarne e tentai di non pensarci più. Stranamente mi sentivo particolarmente remissiva e accondiscendente: davvero una bella differenza per chi mi aveva conosciuta prima dell'incidente! Fino ad allora ero vissuta nella convinzione che mi bastasse possedere una bella figura, un viso fotogenico e una buona cultura per avere in mano il mondo. Non avevo mai faticato troppo per soddisfare i miei capricci: i miei genitori mi avevano amata molto e altrettanto viziata, cercando di allontanare dalla mia strada ostacoli e pericoli: la fortuna aveva fatto il resto.

 

In un istante la vita mi aveva presentato il conto, e questo era decisamente "salato". Fu difficile accettare il viso che lo specchio rifletteva. Ero cambiata tanto, ma non solo nei lineamenti: era soprattutto l'espressione degli occhi a disorientarmi. In essi, oltre ai segni della sofferenza, leggevo una serenità e una determinazione mai conosciute prima. Mi sentivo disorientata e incerta, perchè il mio stato fisico mi imponeva un diverso modo di vivere; ma, nello stesso tempo nasceva in me una volontà più forte e matura. Gli eventi della vita cominciarono ad apparirmi in una luce nuova e scoprii valori più veri e concreti, lentamente, mutamenti profondi e radicali incisero la mia personalità. Era giunto il tempo di chiudere con la mia vita sconclusionata, trascorsa rifuggendo tutte le responsabilità.

 

Decisi di ultimare gli studi abbandonati per capriccio e cominciai ad accarezzare il sogno di sposarmi per avere una famiglia mia. Il mio nuovo modo di vivere lasciò i miei amici piuttosto sconcertati. Chiusi i rapporti con quasi tutte le sofisticate conoscenze del passato e iniziai a frequentare persone che sapevano ridere, piangere e vivere senza bisogno di illusorie apparenze.

 

I miei genitori mi guardavano con una certa aria di sospetto e, pur apprezzandomi e volendomi bene, faticarono molto ad adeguarsi al mio nuovo modo di pensare e di agire. Ero diversa, ero più felice, più libera. Eppure continuavo a non sentirmi completamente tranquilla: in fondo a me stessa avvertivo un'incertezza senza nome, qualcosa che continuava a mancarmi, una nota stonata che rovinava l'armonia della mia nuova immagine, qualcosa di nascosto che dovevo finalmente ritrovare. I miei incubi dovevano avere una spiegazione, le mie strane sensazioni dovevano aver un senso e decisi di trovare il bandolo della matassa a dispetto di quanti volevano che, per il mio bene, smettessi di tormentarmi.

 

Ricomposi il "puzzle" circa un anno e mezzo più tardi. Nel giugno del 1977 fui invitata da amici a trascorrere una vacanza nella loro fattoria sulle colline di Fidenza.Una sera andammo a ballare in un elegante locale della zona. Mi sentivo particolarmente bene e ero decisa a divertirmi, nonostante la permanente sensazione di incompletezza che continuava a tormentarmi. A un certo punto della serata mi fu presentato un "tizio" dalla mole veramente notevole e dall'aria vagamente familiare.

 

Fui travolta da una miriade di strane sensazioni: i battiti cardiaci accelerarono al massimo e nella testa avvertii fastidiosi ronzii, simili a uno sciame d'api impazzito. Tralasciando ogni forma d'educazione, monopolizzai l'attenzione di quel signore e iniziai a interrogarlo con insistenza. Mi disse di essere un medico ortopedico e di lavorare presso l'ospedale di Parma. Per soddisfare le mie incalzanti richieste, mi raccontò alcuni episodi dolorosi a cui aveva assistito, particolarmente durante il suo periodo di internato presso il Pronto soccorso. Bevevo le sue parole, ma non riuscivo a spiegarmi il vero motivo della mia curiosità.

 

Mi sentivo sdoppiata: una parte di me aveva sete di quelle storie poco divertenti, mentre un'altra cercava invano di limitare quel fuoco di domande, così poco opportune, per il momento e il luogo. A un certo punto gli chiesi di portarmi a fare un giro in automobile. Non potrò mai descrivere la sua espressione stupita quando sentì la mia richiesta che somigliava a un ordine ... "Ti dispiace accompagnarmi all'ospedale di Parma? Voglio andarci! .."

 

Erano le due e mezza del mattino, il mio stato di salute era perfetto, ma si lasciò facilmente convincere. ".. Unicamente perchè avevi la faccia stravolta .. .Non sembravi più la stessa persona! .." - mi confesso' piu' tardi. Ed effettivamente ero diversa: mi sentivo invasa da una smania irrefrenabile e dalla netta sensazione che finalmente avrei trovato la parte mancante dei miei ricordi, la parte mancante di me stessa, la causa dei miei incubi.

 

Scesa dalla macchina, entrai decisa nell'ospedale, che non conoscevo e non potevo aver mai visto. Senza esitazione, percorsi il corridoio che conduceva alla sala di rianimazione e improvvisamente mi tornarono alla memoria tutti i particolari della tragica notte del 16 agosto 1975. Davanti a quella porta a vetri chiusa mi girai verso il mio medico e gli dissi: ".. Quella notte di agosto c'eri tu vicino a me, lo ricordo bene! Erano le tre e venti, mi avevate dichiarata morta, ma io stavo solo facendo un bellissimo viaggio nella luce, da cui, come vedi sono ritornata. Fisicamente non sei cambiato molto, ma noto con piacere che hai migliorato il tuo gusto nel vestire! La cravatta di quella notte era davvero orribile! ..."

 

Ci sedemmo su una panca e gli raccontai tutto quello che avevo visto, sentito e vissuto durante la mia esperienza. Mi subissò di domande e mi fece ripetere mille volte tutti i singoli particolari. Comprendevo facilmente come potesse pensare di avere davanti una mitomane ma, via via che enumeravo i dettagli più precisi e soprattutto quando gli descrissi nei minimi particolari: la disposizione della sala di rianimazione, il colore del pavimento e il nome di alcuni farmaci che mi avevano somministrato, cominciò a guardarmi con altri occhi.

 

Aveva letto parecchie riviste mediche americane che riportavano testimonianze simili alla mia, ma raccoglierne una personalmente era senz'altro più avvincente. Ora era lui a bere le mie parole e, più che mai incuriosito, volle che gli illustrassi le mie sensazioni ...

 

"Ma come hai potuto vedere e udire tutto ciò, proprio mentre tentavamo di riattivarti il cuore? .."

 

Gli spiegai che le mie non erano state visioni nel senso materiale della parola, ma percezioni chiare della preoccupazione dei medici che mi circondavano. Senza ricorrere all'uso dei cinque sensi, riuscivo a captare i loro pensieri, a udire le loro parole, a vedere i loro gesti. Nello stato in cui mi trovavo non esisteva il concetto di tempo reale, ma tutto si svolgeva contemporaneamente. Era come trovarsi a teatro e assistere a una rappresentazione in cui diverse scene vengono recitate in varie parti del palcoscenico.

 

".. Quindi, non provavi nessun dolore, non avevi nessuna paura? .. " - mi chiese sempre più accalorato e incuriosito.

 

Sorridendo, lo rassicurai di essermi sentita immersa nella più assoluta serenità e pace. L'unico momento di autentico terrore lo avevo vissuto quando, costretta a rientrare nel mio corpo, avevo avvertito affermare dai medici che, falliti i tentativi di rianimazione, per me era finita.

 

".. Quindi, come vedi, devo ringraziarti. Mi sei stato vicino il tempo sufficiente per dimostrare che, dopo essermi allontanata, avevo ripreso possesso del mio corpo ...."

 

Alla fine gli chiesi:

 

".. Scusa, ma l'infermiera con i capelli grigi che quella notte era seduta alla scrivania la in fondo, lavora ancora in questo ospedale? Mi piacerebbe tanto salutarla ..."

 

Mentre lasciavo liberamente correre i miei ricordi, mi sentivo invadere da una ritrovata tranquillità. Ora, avevo tutte le risposte. Finalmente sapevo che l'incontro con la Luce, con quegli esseri sconosciuti e pieni d'amore, era all'origine del radicale mutamento del mio modo di vivere e di pensare. Ero cosciente che il mio ritorno era stato deciso dalla volontà superiore, che si era espressa attraverso mia nonna. Da quel giorno di giugno del 1977 posso dormire tranquillamente senza più timore di essere svegliata da quel terribile incubo.

 

Le Esperienze Pre-morte Testimonianze è raccontata da Silvia ed è tratta dal sito www.ampupage.eu

 

 

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